Cedolare secca sugli affitti: quando non conviene

Il regime fiscale della cedolare secca per gli affitti è una tassazione che sostituisce l'Irpef e che prevede un'aliquota al 21% (per i contratti a canone concordato è al 10%). Si tratta di una scelta spesso conveniente per i proprietari di casa, specie per quelli che hanno redditi medio-alti e che altrimenti si vedrebbero applicare aliquote fino al 43%. 

Nel momento storico nel quale ci troviamo, però, vi sono alcuni fattori che potrebbero rendere la scelta del regime in cedolare secca meno vantaggiosa. 

Tra le norme che regolano l'applicazione della cedolare vi è l'impossibilità di adeguare il canone di locazione all'inflazione Istat. Nello specifico, chi decide di optare per il regime agevolato rinuncia anche ad adeguare il canone in base alla variazione Istat dei prezzi al consumo. Generalmente ciò non rappresenta un problema, specie nel momento in cui l'inflazione è pari a 0 o comunque contenuta. Purtroppo, però, lo scorso marzo l'inflazione ha raggiunto i massimi dal 1991 arrivando a toccare il 6,7%.

Nel caso in cui non si dovesse trattare di un fenomeno isolato, sarebbe bene che i proprietari di casa valutassero attentamente prima di scegliere la cedolare secca rispetto al regime di tassazione ordinario. 

Un altro aspetto da considerare è la riforma fiscale in arrivo, la quale potrebbe portare l'aliquota della cedolare secca al 23% o addirittura al 26%. I proprietari, quindi, a fronte di tale riforma, potrebbero preferire la tassazione ordinaria che consente di recuperare le detrazioni valide ai soli fini Irpef. 

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